Nel novembre del 2018, Elon Musk (l’uomo, ad oggi, più ricco al mondo) rilasciò un’intervista che fece il giro del mondo.

Non stava parlando di razzi. Non stava parlando di auto elettriche. Stava parlando del futuro dell’essere umano. Quello che disse era semplice, diretto, e profondamente rivelatore: l’umanità deve fondersi con l’intelligenza artificiale. Deve inserire chip nel proprio cervello. Deve aggiornarsi per non diventare obsoleta. Altrimenti, disse Musk citando Darwin, finiremo come le scimmie: superati, marginalizzati, irrilevanti di fronte a una forma di intelligenza superiore.

La parola che usò non era “migliorarsi”. Era “upgradare”. Come si fa con un computer.

Pochi mesi prima, il filosofo e storico israeliano Yuval Noah Harari aveva pubblicato Homo Deus: A Brief History of Tomorrow, diventato immediatamente un bestseller mondiale. La tesi del libro era: l’umanità ha già risolto i tre grandi problemi che l’hanno tormentata per millenni: la fame, la peste e la guerra. Non sono più le nostre sfide principali. Adesso possiamo alzare lo sguardo verso orizzonti più ambiziosi. “I prossimi obiettivi dell’umanità”, scrive Harari, “saranno probabilmente l’immortalità, la felicità e la divinità”.

Immortalità. Felicità. Divinità.
Non come speranza religiosa. Come progetto tecnologico.

Il nome antico di un sogno nuovo

Il termine tecnico per questo sogno si chiama transumanesimo. Fu coniato nel 1957 da Julian Huxley. In un saggio in cui sosteneva che la specie umana poteva e doveva trascendere se stessa, non individualmente ma collettivamente, attraverso la scienza e la tecnologia.

Settant’anni dopo, il transumanesimo non è più una speculazione filosofica di nicchia. È un movimento globale, finanziato da miliardi di dollari, abitato da alcune delle menti più brillanti del nostro tempo, e con un programma preciso: eliminare l’invecchiamento, sconfiggere la malattia, potenziare le capacità cognitive umane attraverso l’integrazione con le macchine, e alla fine, se possibile, caricare la coscienza umana su supporti digitali per sopravvivere indefinitamente alla morte del corpo biologico.

Dietro questo programma c’è una visione del mondo coerente e seducente. Thacker la sintetizza così: se siamo nient’altro che macchine biologiche, se la nostra coscienza è solo il risultato di processi elettrochimici nel cervello, se non esiste anima, se non esiste Dio, allora non c’è nessun principio che ci impedisca di migliorare quelle macchine, di sostituirne i componenti difettosi, di aggiornarle all’infinito. La morte non sarebbe più un destino inevitabile. Sarebbe un problema tecnico ancora irrisolto.

Come cristiani, dobbiamo guardare questa visione negli occhi. Non per liquidarla con un versetto. Ma per capire perché è così potente e perché, alla fine, non mantiene ciò che promette.

Il corpo che grida

Quando, ultimamente, ho guardato la bara di mio padre al cimitero, qualcosa dentro di me si ribellava. Questa ribellione non è irrazionale. Non è debolezza emotiva. È teologicamente corretta.

La morte non è normale. Non è stata progettata come parte del piano originale di Dio per la creazione. È entrata nel mondo come conseguenza del peccato, come rottura di qualcosa che doveva essere integro. Quando Gesù arriva alla tomba di Lazzaro e vede Maria piangere, il testo greco dice che “fremette nello spirito, si turbò” (Giovanni 11:33). Il verbo greco usato embrimaomai è più forte di una semplice commozione emotiva. Esprime qualcosa vicino all’indignazione, alla rabbia. Gesù, il Creatore del mondo, era arrabbiato davanti alla morte. Perché la morte non appartiene al mondo che aveva fatto.

Il transumanesimo ha dunque ragione su un punto: la morte è un nemico. È giusta la ribellione contro di essa. È giusto non accettarla come naturale.

Ma sbaglia completamente sulla diagnosi. Quando sbagli la diagnosi, la cura che prescrivi peggiora la malattia.

La diagnosi sbagliata

Il transumanesimo vede la morte come un problema tecnico. La soluzione, di conseguenza, è tecnica: migliori medicine, nanorobot che riparano le cellule danneggiate, organi artificiali sempre più sofisticati, e alla fine, il caricamento della coscienza su un supporto digitale.

Thacker cita le parole di Harari: “Non abbiamo bisogno di pregare nessun dio o santo per salvarci. Sappiamo abbastanza bene cosa bisogna fare per prevenire la fame, la peste e la guerra e di solito ci riusciamo”. La conclusione logica è che, con abbastanza tempo e abbastanza tecnologia, potremo fare lo stesso con la morte.

La Bibbia ha una diagnosi radicalmente diversa. La morte non è un malfunzionamento tecnico. È la conseguenza di un tradimento morale, la ribellione dell’umanità contro il proprio Creatore. “Il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23). Non è un bug nel codice biologico. È la conseguenza giusta di una rottura nella relazione fondamentale, quella tra la creatura e il Creatore.

Se il problema è tecnico, la soluzione è tecnica. Ma se il problema è morale e spirituale, se il problema è il peccato, allora nessuna quantità di nanorobot potrà risolverlo. Puoi aggiornare il corpo all’infinito, ma non puoi aggiornare l’anima. Puoi caricare la coscienza su un server, ma non puoi caricare la grazia.

Driscoll lo dice con forza: “C’è già un Homo Deus (Uomo-Dio). Si chiama Gesù”.

L’uomo che ha vinto la morte per davvero

Giovanni 11 è il capitolo della resurrezione di Lazzaro, uno dei testi più ricchi e densi dell’intero Vangelo. Marta, sorella di Lazzaro, dice a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Una frase mista a dolore e fede. Una frase che ognuno di noi ha pensato davanti a una perdita.

Gesù risponde con la dichiarazione più straordinaria mai pronunciata da un essere umano: “Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà. E chiunque vive e crede in me non morrà mai”. (Giovanni 11:25-26)

Non disse: “Sto lavorando a una soluzione”. Non disse: “La scienza un giorno troverà il modo”. Non disse: “Con il giusto upgrade tecnologico, possiamo farcela”.

Disse: Io sono. Presente e definitivo.

La resurrezione di Cristo non è una metafora. È il fatto più importante della storia umana, l’unico essere che ha attraversato la morte e ne è uscito dall’altro lato con un corpo glorificato, indistruttibile, eterno. Non caricato su un server. Risorto, trasformato, reale.

Paolo lo proclama con la voce di chi ha visto la risposta definitiva a tutti i sogni transumanisti: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo dardo?” (1 Corinzi 15:55). Non è una domanda retorica. È un canto di trionfo. La battaglia è già vinta. Non da un algoritmo. Da una persona.

Quando la medicina diventa idolatria

Attenzione: non stiamo dicendo che la medicina sia sbagliata. Non stiamo dicendo che usare la tecnologia per alleviare la sofferenza, guarire le malattie, prolungare la vita sia peccato. Sarebbe assurdo e crudele.

Thacker è esplicito su questo punto nel suo capitolo dedicato alla medicina e all’AI: i progressi tecnologici in campo medico sono un dono di Dio, un modo concreto di partecipare alla missione di respingere gli effetti del peccato nel mondo. I sistemi AI che diagnosticano tumori con precisione superiore a quella umana, le protesi controllate dal pensiero, i sistemi che rilevano problemi cardiaci prima ancora che il paziente li avverta… tutto questo è buono.

La linea non è tra medicina e rifiuto della medicina. La linea è tra l’uso responsabile degli strumenti e l’idolatria degli strumenti.

Quando usiamo la tecnologia medica per alleviare la sofferenza, stiamo riflettendo l’amore di Dio per le Sue creature. Quando usiamo la tecnologia medica per costruire la nostra immortalità, per sfuggire alla nostra umanità, per diventare dio, stiamo ripercorrendo il peccato dell’Eden.

Il confine non è sempre facile da tracciare. Il principio è chiaro: “Siamo stati creati per adorare Colui che ha già vinto la morte, non per cercare di vincerla da soli”.

Il vero upgrade

Thacker porta il ragionamento transumanista alla sua conclusione logica e la smonta con precisione: “Siamo già il capolavoro di Dio. Se apparteniamo a Dio, non manca nulla in noi”.

Non perché siamo perfetti. Non perché non abbiamo bisogno di crescere, di cambiare, di essere trasformati. Ma perché la nostra dignità non dipende dalle nostre prestazioni biologiche o cognitive. Non dipende da quanti anni riusciremo a vivere o da quanti chip riusciremo ad inserire nel nostro cervello. Dipende dal fatto che siamo stati fatti a immagine del Dio vivente, e che quella immagine, per quanto distorta dal peccato, è stata restaurata in Cristo.

Il vero upgrade non viene da Silicon Valley. Viene dall’alto.

Paolo lo chiama “essere trasformati di gloria in gloria” (2 Corinzi 3:18). Non un aggiornamento del firmware biologico. Una trasformazione interiore, progressiva, operata dallo Spirito Santo, che porta l’essere umano non verso la fusione con le macchine, ma verso la somiglianza con Cristo. Verso quella pienezza di umanità per cui siamo stati originariamente creati.

Alla fine la resurrezione dei corpi. Non avatar digitali che sopravvivono alla morte biologica. Corpi reali, fisici, glorificati come quello di Cristo risorto che mangiava pesce con i suoi discepoli sulla riva del lago di Galilea.

Una parola sulla paura di morire

Questo articolo non è scritto per confutare i filosofi del transumanesimo. È scritto per le persone reali che siedono nelle nostre chiese ogni domenica e che, se sono oneste, hanno paura di morire. Paura che ho affrontato anche io personalmente quando stavo perdendo la vita alcuni anni fa a Palermo.

Non fingere che quella paura non esista. Non liquidarla con frasi fatte. Non trattarla come se fosse solo una questione di forza spirituale.

La morte fa paura. Fa paura perché è reale, perché è definitiva nella sua forma attuale, perché porta via le persone che amiamo. Fa paura perché qualcosa in noi, qualcosa di profondamente teologico, non di irrazionale, riconosce che non dovrebbe essere così.

Quella paura è il punto di ingresso del Vangelo.

Perché il Vangelo non dice: “Non aver paura della morte perché non è poi così male.” Dice: “Non aver paura della morte perché Qualcuno l’ha già attraversata per te, e dall’altra parte c’è Lui”.

Il transumanesimo vuole eliminare la morte con la tecnologia. Il Vangelo ha già fatto qualcosa di infinitamente più grande: ha trasformato la morte da fine in passaggio. Da sconfitta in vittoria.

“Perché per me il vivere è Cristo e il morire è guadagno” (Filippesi 1:21).

Nessun chip cerebrale potrà mai darti questa pace. Nessun algoritmo potrà mai darti questa speranza. Nessun upgrade tecnologico potrà mai portarti dove già ti aspetta Gesù.

Homo Deus esiste. Ma non lo troverai in un laboratorio di Silicon Valley. Lo troverai alla destra del Padre nei luoghi celesti.

ARTICOLO 5: “Qualcuno ci guarda — Privacy, sorveglianza e dignità umana nell’era dell’AI”

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Dio ci benedica,
Antonio Morra