Questi versi del Salmo 139 sono molto conosciuti:
“O Signore, tu mi hai esaminato e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo, tu comprendi da lontano il mio pensiero. Tu mi scruti quando cammino e quando riposo e conosci a fondo tutte le mie vie”. (Salmo 139:1-3)

È un testo bellissimo. Ma nella nostra epoca ha acquisito una sfumatura nuova, leggermente inquietante, che Davide non aveva previsto.

Perché oggi non è solo Dio a sapere quando ti siedi e quando ti alzi. Lo sa anche il tuo smartphone. Lo sa Amazon, che ha registrato ogni tua ricerca. Lo sa Google, che conosce ogni posto che hai visitato negli ultimi anni. Lo sa Meta (Facebook, Instagram e Whatsapp), che ha costruito un profilo accurato di tutto quello che ti piace, pensi o fai.

La domanda teologica e pratica che questo articolo vuole affrontare è scomoda ma urgente: qual è la differenza tra essere conosciuti da Dio e essere sorvegliati dalle macchine?

I tuoi dati valgono più di quanto pensi

Cominciamo dai fatti, perché i fatti in questo caso sono abbastanza sorprendenti da svegliarci dal torpore digitale in cui la maggior parte di noi vive.

La grandi aziende tecnologiche vogliono le tue informazioni. Tu sei il prodotto. O meglio: i tuoi dati sono il prodotto.

Ogni conversazione, ogni ricerca, ogni acquisto, ogni percorso, ogni canzone, ogni notizia… tutto questo viene raccolto, elaborato da sistemi AI avanzati e poi trasformato in profili. Questi “avatar” sono poi venduti ad aziende che vogliono sapere esattamente come farti comprare qualcosa, dove mandarti in vacanza, come farti votare qualcuno ecc. 

Conosco questi sistemi da tempo, lavorando come web marketer da ormai 12 anni. Ho seguito dozzine di aziende che vendono online ogni tipologia di prodotti. Questi sistemi funzionano.

Thacker scrive: “I nostri dati sono diventati la valuta del ventunesimo secolo”.

I sistemi AI sanno cose di te che tu non sai: tendenze comportamentali, vulnerabilità emotive, trigger psicologici, orari ecc. Queste informazioni vengono usate, sistematicamente, per influenzare le tue decisioni.

Quello che cerchi su Google lo sa solo Dio o no?

Thacker individua un dettaglio che dovrebbe farci riflettere: “Quello che non ammetteresti a nessun altro essere umano, lo dirai a Google o ChatGPT e simili. Quella informazione viene costantemente tracciata”.

Pensa ai tuoi problemi di matrimonio cercati online alle due di notte. Pensa alle domande sulla tua salute che non hai il coraggio di fare al medico. Pensa alle dipendenze segrete (la pornografia, il gioco, l’alcol) che hai cercato su internet sperando di trovare aiuto senza che nessuno lo sapesse. Pensa ai dubbi di fede che non hai mai espresso in chiesa. Pensa alle paure più profonde, ai desideri più nascosti, alle vergogne più intime.

Il problema non è solo la violazione della privacy in senso tecnico-legale. Il problema è più profondo: è la riduzione dell’essere umano a un insieme di dati comportamentali. Trattare una persona, creata a immagine di Dio, con una storia, una coscienza, una dignità, come un nodo in una rete di algoritmi, come un profilo da ottimizzare, come una fonte di segnali da monetizzare.

Thacker scrive: “I dati hanno il potere di costruire le nostre vite, ma anche di distruggerle”.

Il bias nascosto: quando l’algoritmo discrimina

La sorveglianza digitale non è solo una questione di privacy. Ha conseguenze concrete, misurabili, spesso devastanti, sulla vita delle persone, specialmente delle più vulnerabili.

Thacker documenta una serie di casi che illustrano come i sistemi AI, addestrati su dati distorti, riproducano e amplifichino le discriminazioni esistenti nella società.

Nel 2018, Amazon fu costretta ad interrompere un sistema AI che usava per valutare i curriculum degli aspiranti lavoratori. Il sistema aveva imparato a discriminare le donne, perché era stato addestrato su curriculum storici dell’azienda, in cui gli uomini erano stati storicamente favoriti.

I sistemi di intelligenza artificiale vengono usati nei tribunali americani per valutare la probabilità di recidiva dei condannati, influenzando la durata delle sentenze. Vengono usati dalle banche per approvare o rifiutare mutui. Vengono usati dalle compagnie assicurative per determinare i premi. In tutti questi casi, bias nascosti nei dati di addestramento producono decisioni che discriminano sistematicamente le persone più vulnerabili: le minoranze etniche, le donne, i poveri, senza che nessun essere umano abbia deliberatamente scelto di discriminarle. Senza che le vittime abbiano spesso alcun modo di sapere perché sono state rifiutate, né di contestare la decisione.

Thacker avverte: “Questi sistemi sono progettati per massimizzare il profitto e proteggere le responsabilità delle aziende”. Conclude con un principio che ogni cristiano dovrebbe fare proprio: “Dobbiamo tenere ferma l’idea che gli strumenti sono esattamente questo. Strumenti per aiutarci, non per sostituirci, nel fare il nostro lavoro e nell’adempiere le nostre responsabilità di prenderci cura del prossimo”.

La differenza tra essere conosciuti e essere sorvegliati

Torniamo al Salmo 139. Perché il fatto che Dio conosca ogni dettaglio della nostra vita è consolazione, mentre il fatto che Google e simili conoscano ogni dettaglio della nostra vita è inquietante?

La risposta non è complicata, ma è profondamente teologica.

Dio ci conosce perché ci ama. La sua onniscienza non è al servizio di un profitto, non è usata per manipolarci, non è venduta al migliore offerente. È al servizio della nostra salvezza, della nostra crescita, della nostra trasformazione. “Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni” (Geremia 1:5). Quella conoscenza è elezione, è grazia, è amore che precede ogni nostra azione.

Il pastoreTim Keller scrive: “essere completamente conosciuti e non amati è una delle esperienze più terrificanti che possiamo fare. Essere completamente amati senza essere completamente conosciuti è una truffa”. Solo con Dio siamo completamente conosciuti e completamente amati. Solo in quella relazione la conoscenza totale di noi stessi non è minaccia ma grazia.

Le aziende tecnologiche ci conoscono, sempre più profondamente, sempre più intimamente. Ma non ci amano. Non possono. Al centro della loro relazione con noi c’è sempre un obiettivo di profitto, un tasso di engagement, una metrica di conversione. Siamo conosciuti come strumenti, non come persone. Conosciuti per essere usati, non per essere amati.

Il cristiano nell’era della sorveglianza

Come vive allora il cristiano in questo contesto? La risposta è quella che il Nuovo Testamento chiama saggezza. La capacità di abitare la realtà con discernimento, senza ingenuità e senza paranoia.

Il primo è la consapevolezza. “Dobbiamo pensare con saggezza a cosa condividiamo e come lo condividiamo”. 

La maggior parte di noi accetta le condizioni d’uso dei servizi digitali senza leggerle, scorrendo velocemente fino al pulsante “accetta” come se fosse un ostacolo burocratico senza conseguenze. Non lo è. Quello scroll frettoloso è una firma legale su un contratto che cede diritti significativi sui propri dati. 

Il secondo principio è la sobrietà digitale. Non tutto ciò che è possibile condividere online deve essere condiviso. Scegli con cura quello che vuoi pubblicare e a chi farlo vedere.

Qualcuno ci guarda davvero

C’è un versetto in Luca 12 che Gesù pronuncia in un contesto di persecuzione: “Ma non c’è niente di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Luca 12:2).

Nel suo contesto originale, era una parola di incoraggiamento per i discepoli perseguitati: la verità verrà a galla, la giustizia sarà fatta, nulla rimarrà nascosto davanti a Dio.

Ma ha anche un’applicazione diretta per il cristiano nell’era digitale: vivi come se tutto quello che fai online fosse “potenzialmente virale”. Perché sempre di più lo è, o potrebbe esserlo. Non per paranoia, ma per integrità. “Dobbiamo essere irreprensibili in tutto, specialmente nel nostro comportamento online”, scrive Thacker.

In un mondo in cui la sorveglianza digitale conosce senza amare, il Vangelo offre qualcosa di radicalmente diverso: un Dio che ama e che conosce fino in fondo senza mai smettere di amare, e che non usa quella conoscenza per manipolarti o venderti a qualcun altro.

“O Signore, tu mi scruti e mi conosci”.

Sì. Non sei l’unico. Ma sei l’unico che lo fa per amore.

ARTICOLO 6: “Il predicatore artificiale — Può un cristiano usare l’AI per creare contenuti di fede?”

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Dio ci benedica,
Antonio Morra