C’è un’immagine che continua a tornare nella mente mentre scrivo questo articolo.

Una famiglia seduta a tavola. Non stanno mangiando ancora, stanno aspettando che qualcuno finisca di rispondere a un messaggio. Un altro guarda lo schermo. La cena inizia, ma le conversazioni sono brevi, interrotte, superficiali. Dopo venti minuti ognuno è tornato nella propria stanza, nel proprio schermo, nel proprio universo digitale personalizzato dall’algoritmo.

Sherry Turkle, professore al MIT e una delle maggiori esperte mondiali di psicologia digitale, ha dato a questo fenomeno un titolo che è diventato uno dei concetti più citati nell’ambito delle scienze sociali contemporanee: Alone Together. Insieme ma soli. Connessi a tutto e a tutti tranne che alle persone fisicamente presenti nella stessa stanza.

Questo non è solo un problema sociologico. È un problema teologico. È un problema di formazione spirituale. L’AI lo sta aggravando a una velocità che la chiesa fatica ancora a comprendere.

Il problema della formazione nell’era digitale

Che cosa significa formarsi come cristiani? Sean O’Callaghan e Paul Hoffman propongono una definizione che vale la pena fermarsi a considerare: la formazione cristiana è il processo attraverso cui l’imago Dei, l’immagine di Dio in noi distorta dal peccato, viene trasformata progressivamente nell’imago Christi, nella somiglianza con Cristo. È quello che Paolo descrive in 2 Corinzi 3:18: “Noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria”.

Questa trasformazione non è automatica. Non è passiva. Richiede intenzionalità, pratiche, abitudini, quello che la tradizione teologica chiama discipline o pratiche spirituali. Richiede che la nostra attenzione venga ripetutamente orientata verso Cristo, che il nostro cuore venga plasmato da ritmi di preghiera, lettura, comunità, adorazione.

Il problema è che viviamo in un’epoca in cui un sistema di tecnologie avanzate, alimentate dall’intelligenza artificiale, combatte per la nostra attenzione ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Quel sistema è progettato da alcune delle menti più brillanti del pianeta, con miliardi di dollari di investimento, per essere irresistibile. Per creare dipendenza. Per occupare ogni spazio di silenzio, ogni momento di attesa, ogni pausa che potrebbe diventare contemplazione.

Come formarsi in questo contesto? Come si cresce nella somiglianza con Cristo quando l’algoritmo lavora incessantemente per modellarti a sua immagine?

La dopamina e la trappola dell’immediato

Prima di rispondere, è necessario capire con chiarezza il meccanismo che stiamo affrontando. Non come tecnici, ma come cristiani.

La dopamina è il neuro-trasmettitore principale dietro quasi tutte le forme di dipendenza conosciute. Viene rilasciata ogni volta anticipiamo una ricompensa. È il motore biologico del desiderio.

I sistemi AI che gestiscono i social media, i feed di notizie, i videogiochi, le app di messaggistica sono costruiti per massimizzare i rilasci di dopamina. Ogni notifica, ogni mi piace, ogni nuovo contenuto che appare sullo schermo è una piccola iniezione. Il cuore che accelera quando apri Instagram. L’ansia sottile quando qualcuno non risponde al messaggio. Il bisogno compulsivo di controllare lo schermo continuamente anche quando sai che non c’è niente di nuovo.

O’Callaghan scrive: ”La dipendenza da AI è come la dipendenza da alcol o droghe. La differenza è che l’innesco è sempre a portata di mano, basta allungare un braccio”.

La questione non è religiosa. Non si tratta di dire che i social media sono il male e che i cristiani devono smettere di usarli. Si tratta di riconoscere onestamente che siamo immersi in un ambiente progettato per condizionare il nostro comportamento a un livello biologico e che questo condizionamento compete direttamente con la formazione spirituale.

Non puoi sviluppare l’abitudine della preghiera se il tuo cervello è stato ricondizionato dall’algoritmo a non tollerare il silenzio per più di trenta secondi. Non puoi meditare la Scrittura in profondità se la tua capacità di attenzione è stata erosa da anni di consumo frenetico di micro-contenuti. Non puoi incontrare Dio nella quiete se non riesci a stare fermo senza uno schermo davanti agli occhi.

Che cosa sono le abitudini del focolare

O’Callaghan propone un concetto che trovo teologicamente ricco e pastoralmente applicabile: le hearth habits, le abitudini del focolare.

L’immagine del focolare è potente. In ogni cultura e in ogni epoca, il camino al centro della casa è stato il luogo attorno a cui si costruisce la vita familiare: il calore, il cibo, la conversazione, le storie tramandate di generazione in generazione. Il focolare non è efficiente. Non è ottimizzato. Non si aggiorna all’ultima versione. È lento, fisico, presente, condiviso.

Le abitudini del focolare sono pratiche fisiche, corporee, comunitarie che ancorano la nostra umanità e la nostra vita spirituale in qualcosa di concreto e reale, qualcosa che l’AI non può replicare o sostituire. Non sono nostalgia del passato. Sono atti di resistenza spirituale nel presente. Sono la risposta pratica alla domanda: come si forma un’anima cristiana nell’era dell’intelligenza artificiale?

Le abitudini che contano

Il Sabato digitale. O’Callaghan cita la tradizione ebraica dell’osservanza del sabato come modello concreto. In molte famiglie ebraiche osservanti, tutti i dispositivi elettronici vengono spenti dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato. Non come punizione. Come liberazione. Come atto deliberato di riconoscimento che non siamo macchine, che abbiamo bisogno di riposo, di presenza, di pausa.

Per il cristiano, questo potrebbe non essere necessariamente il sabato, ma il principio è profondamente evangelico. Il Salmo 46:10 lo dice con una chiarezza disarmante: “Fermatevi e riconoscete che io sono Dio.” Il verbo ebraico è rāfāh, letteralmente: lascia andare, allenta la presa, smetti di lottare. È impossibile fermarsi e riconoscere che Dio è Dio mentre scorri freneticamente il feed di Instagram.

Un giorno alla settimana, o almeno alcune ore significative, lontano dagli schermi non è misticismo da monastero . È igiene spirituale.

La cena senza schermi. Sembra banale. Non lo è. La tavola nella tradizione biblica è un luogo teologicamente carico: è il luogo della comunione, del patto, della presenza. La resurrezione viene rivelata ai discepoli di Emmaus mentre spezzano il pane insieme. Le prime chiese si incontravano spezzando il pane di casa in casa (Atti 2:46).

Riportare la cena al suo significato originale, come spazio di presenza reciproca, di conversazione reale, di comunità fisica, è uno degli atti formativi più semplici e più potenti che una famiglia cristiana possa compiere nell’era dell’AI.

La preghiera corporea e comunitaria. O’Callaghan sottolinea con forza un principio teologico essenziale: siamo esseri incarnati. Non siamo menti che abitano corpi come fanno i fantasmi. Siamo corpi. La resurrezione di Cristo era corporea. La nuova Gerusalemme è materiale, fisica, tangibile. Il Vangelo non salva anime disincarnate — salva persone intere, con corpi, con storie, con presenze fisiche nel mondo.

Questo significa che la formazione spirituale non avviene nonostante il corpo ma attraverso il corpo. Inginocchiarsi per pregare. Alzare le mani nell’adorazione. Abbracciare il fratello che soffre. Essere fisicamente presente al culto, al gruppo di preghiera, alla visita al malato. Queste non sono aggiunte opzionali alla vita spirituale. Sono la vita spirituale nella sua forma più concreta.

Un avatar in una chiesa virtuale non può fare nulla di tutto questo. Una preghiera generata da un chatbot non ha mani. Un sermone AI non ha storia personale, non ha ferite guarite, non ha lacrime versate nella notte prima di predicare.

La lettura lenta e profonda. Torniamo alla lectio divina, non solo come strumento contro la disinformazione come nell’articolo precedente, ma come pratica formativa fondamentale. O’Callaghan documenta qualcosa che chiunque lavori con giovani conosce: gli span di attenzione si stanno accorciando drammaticamente. La capacità di sostenere una lettura lunga, di seguire un ragionamento complesso, di stare con un testo difficile senza arrendersi, si sta consumando.

Per la chiesa questo è un problema serio. La Bibbia non è un testo progettato per la lettura veloce. Non può essere compresa a colpo d’occhio. Richiede quella che la tradizione monastica chiamava meditatio: la ripetizione interiore, la ruminazione del testo, il lasciare che le parole scendano dalla mente al cuore. Il Salmo 1 descrive come beato colui che “medita la sua legge giorno e notte”.

Il diario e la scrittura personale. O’Callaghan cita un principio che la scrittrice Flannery O’Connor esprimeva così: “Non so cosa penso finché non leggo quello che dico.” Scrivere a mano, lentamente, senza suggerimenti dell’AI è un atto di scoperta di sé. È il modo in cui l’essere umano elabora l’esperienza, integra le emozioni, fa ordine nel caos interiore.

Nell’era dell’AI, dove i chatbot possono scrivere al posto tuo qualsiasi cosa in pochi secondi, mantenere l’abitudine del diario personale, della lettera scritta a mano, del journal spirituale è un atto di resistenza.

ARTICOLO 9: “La Grande Commissione nell’era dell’AI — L’intelligenza artificiale al servizio del Vangelo”

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Dio ci benedica,
Antonio Morra