Esiste un farmaco che, assunto una volta alla settimana, riduce la mortalità del 20-30% in un arco di quindici anni. Abbassa la depressione. Aumenta l’ottimismo. Migliora la salute fisica. Rende i matrimoni più stabili. Espande la rete sociale delle persone. Le rende più generose, più coinvolte nella comunità, più capaci di affrontare le avversità.
Se fosse una pillola, la casa farmaceutica che la producesse varrebbe migliaia di miliardi. Ci sarebbero campagne pubblicitarie ovunque, spot televisivi, raccomandazioni dei medici di base, programmi scolastici obbligatori.
Il professore Tyler VanderWeele della Harvard School of Public Health ha identificato questo “farmaco”. Non è una molecola sintetizzata in laboratorio. Non richiede prescrizione medica. Non costa nulla.
Partecipazione settimanale alla vita della chiesa
Eppure, proprio mentre questa scoperta veniva documentata e pubblicata, l’Occidente stava facendo esattamente il contrario, abbandonando la chiesa, svuotando le piazze, chiudendosi in casa davanti a uno schermo. Ora, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, quel processo di isolamento rischia di accelerare.
Per capire dove stiamo andando, bisogna capire da dove veniamo. La demolizione della comunità non è cominciata con i social media. Non è cominciata con lo smartphone. È cominciata molto prima e ha avuto un volto preciso, domestico, apparentemente innocuo.
La televisione
Driscoll cita i dati dello scienziato Robert Putnam: tra il 1985 e il 1994, la partecipazione attiva dei cittadini americani alle organizzazioni comunitarie è crollata del 45%. Quasi la metà dell’intera infrastruttura civica di un paese è stata “obliterata in appena un decennio”, per usare le parole di Putnam stesso. Chiese meno frequentate. Volontariato in calo. Ospitalità in declino. Il senso di appartenenza a qualcosa più grande di se stessi evaporato.
La causa principale? La televisione.
Non i politici. Non le ideologie. Non le crisi economiche. La televisione. Quel dispositivo che abbiamo invitato nelle nostre case come ospite e che è diventato padrone di casa.
Poi è arrivato internet. Poi i social media. Poi lo smartphone. Ogni passaggio ha approfondito il vuoto. Ogni innovazione ha promesso connessione e ha consegnato isolamento. I numeri lo documentano con una precisione che spezza il cuore. Molti studiosi parlando della nuova generazione come la più sola di sempre nonostante la iper-connessione tecnologica.
Adesso arriva l’intelligenza artificiale e porta con sé la promessa definitiva: non hai più bisogno degli altri.
Quando la macchina diventa amica
Thacker racconta di una madre che entra in un Apple Store con un iPhone rotto. Il telefono apparteneva a suo figlio, morto da poco. Il ragazzo aveva una malattia muscolare che lo aveva lasciato quasi completamente paralizzato fin dalla nascita. I genitori gli avevano comprato quell’iPhone sperando che Siri potesse dargli una vita più normale. E così era stato, aveva scaricato musica, guardato foto di famiglia, mandato messaggi ai suoi cari.
La madre voleva salvare la segreteria telefonica del figlio. Era l’unica registrazione della sua voce che avevano.
È una storia di come la tecnologia, usata bene, può essere un dono straordinario, può dare voce a chi non ce l’ha, può abbattere barriere fisiche, può avvicinare persone che altrimenti sarebbero isolate.
Ma immediatamente dopo, pone la domanda che non possiamo evitare: cosa succede quando quella stessa tecnologia non abbatte l’isolamento, ma lo produce? Cosa succede quando il chatbot non è uno strumento che aiuta a connettersi con le persone, ma diventa il sostituto delle persone?
Stiamo già vivendo la risposta. Nel 2023, diverse aziende hanno lanciato applicazioni di “amici artificiali”. Chatbot progettati specificamente per simulare amicizia, compagnia, conversazione emotiva. Milioni di persone le usano ogni giorno. Questi Chatbot non ti giudicano, non ti deludono, non hanno brutte giornate e non ti chiedono nulla in cambio.
Driscoll immagina il futuro prossimo con un’immagine che fa quasi male: migliaia di persone sedute in comode poltrone, ognuna immersa nel proprio mondo virtuale personalizzato dall’AI. Un mondo progettato esattamente per ciascuna di loro, circondato da amici virtuali, da scenari costruiti sui propri desideri, da stimoli calibrati per massimizzare il piacere. E si chiede: è il paradiso o è più vicino all’inferno?
La risposta cristiana non ha dubbi. Il Dio della Bibbia è un Dio relazionale. L’umanità è stata creata a Sua immagine. Relazionale per natura, fatta per l’incontro, per il dono di sé, per la reciprocità. Non siamo stati fatti per l’efficienza della connessione. Siamo stati fatti per la fatica, la meraviglia e la grazia dell’amore reale.
Il pericolo specifico per la chiesa
Driscoll pone una domanda che ogni pastore dovrebbe chiedersi: “Come impatterà l’AI sulla frequentazione della chiesa?” E poi aggiunge, senza illusioni: “La risposta difficilmente sarà positiva”.
Non perché la chiesa non possa usare la tecnologia, la può e deve. Ma perché la chiesa è, per sua natura, qualcosa che la tecnologia non può replicare. È corpo. È presenza fisica. È sguardo negli occhi, abbraccio dopo il culto, pasto condiviso, preghiera fianco a fianco. È Atti 2: spezzare il pane di casa in casa, vendere i propri beni per chi aveva bisogno, stare insieme spesso. Ebrei 10:24-25: “Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno”.
La Bibbia non contempla la chiesa virtuale come sostituto di quella reale, perché l’assemblea non è principalmente un evento informativo, un momento in cui si ricevono contenuti. È un evento trasformativo, che accade nella presenza, nel corpo, nell’incontro. È incarnazione, lo stesso principio per cui il Figlio di Dio non si è limitato a mandarci un messaggio dal cielo, ma si è fatto carne e ha abitato tra noi.
Thacker avverte: “Stiamo assistendo a bambini che crescono senza gli strumenti per la connessione empatica. Non puoi imparare l’empatia da una macchina”. Sherry Turkle, professore al MIT e uno dei maggiori esperti mondiali di psicologia digitale, dice la stessa cosa. L’empatia si impara nel conflitto, nella difficoltà, nella fatica di stare con un altro essere umano reale che ha giorni brutti, che ti delude, che ti chiede qualcosa che non vuoi dare. Le macchine non fanno nulla di tutto questo.
Una comunità cristiana che permette all’AI di sostituire l’incontro fisico, che accetta che i propri giovani abbiano come pastore/insegnante principale un chatbot, come mentore un’app, come comunità un gruppo virtuale su zoom, non è solo una comunità che ha perso il passo con la teologia. È una comunità che ha perso il passo con l’umanità.
La famiglia: il primo campo di battaglia
Il pericolo non è solo nella chiesa in senso istituzionale. È dentro le case. È nei salotti. È a tavola, o meglio, nell’assenza sempre più frequente della tavola come luogo di incontro.
Thacker dedica un intero capitolo alle pressioni che l’AI esercita sulla famiglia, e individua un paradosso inquietante: man mano che le case diventano più “intelligenti” (assistenti vocali, robot per le pulizie, algoritmi che gestiscono la spesa e la cucina), diventano anche più vuote di quelle piccole interazioni che costruiscono i legami profondi.
La resistenza
Di fronte a tutto questo, qual è la risposta della chiesa? Non è la nostalgia. Non è il rifiuto tecnologico. Non è tornare agli anni sessanta.
La risposta è quella che Driscoll chiama “resilienza della nuova creazione”: la capacità di abitare il cambiamento senza essere travolti da esso, perché il nostro fondamento non dipende dalla stabilità delle strutture culturali. Siamo pellegrini, stranieri, gente di passaggio e proprio per questo possiamo permetterci di non aggrapparci disperatamente né al passato né al futuro, ma di vivere pienamente il presente con chi ci sta accanto.
Concretamente, significa scegliere la presenza. Scegliere di visitare o invitare invece di mandare il messaggio. Scegliere di invitare a cena invece di videochiamare. Scegliere di sedersi accanto a qualcuno nella sua sofferenza invece di mandare un link con le risorse per superarla. Significa fare della chiesa un luogo in cui le persone trovano qualcosa che l’AI non potrà mai offrire: essere completamente conosciute e completamente amate da esseri umani che hanno scelto di voler loro bene.
Driscoll pone la domanda giusta per i leader di oggi: “Invece di chiedersi soltanto ‘Come rendo questo più efficiente?’, il cristiano deve continuare a chiedersi: ‘Come rendo questo più relazionale?’”
Più relazionale. Non più veloce. Non più produttivo. Non più digitale. Più relazionale.
In un mondo che sta costruendo macchine per simulare la relazione, la chiesa ha la responsabilità rivoluzionaria di offrire la relazione vera. Faticosa, imperfetta, costosa ma vera.
È il Vangelo che si fa carne. Di nuovo. Come sempre.
ARTICOLO 4: “Homo Deus — Il sogno dell’immortalità tecnologica e la risposta del Vangelo”
Dio ci benedica,
Antonio Morra