C’è una domanda che faccio spesso quando parlo con qualcuno che si sta avvicinando alla fede oppure è senza chiesa da diverso tempo: da chi stai ricevendo guida spirituale in questo momento?
Non intendo la domenica mattina, durante il culto. Intendo il martedì sera, quando non riesci a dormire. Intendo il mercoledì pomeriggio, quando hai ricevuto una notizia che ti inquieta.
Chi è il tuo pastore (in senso più ampio), in quei momenti?
Mille influenze
Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di influenze.
C’è il predicatore che segui su YouTube. L’influencer su Instagram che posta versetti. Il podcast che ascolti durante il tragitto in macchina. L’AI sempre disponibile ventiquattro ore su ventiquattro a rispondere a qualsiasi tua domanda o perplessità.
Non sto dicendo che queste cose siano tutte negative. Alcune possono essere risorse preziose. Ma queste voci formano le persone o si limitano ad informarle? Chi è responsabile di ciò che viene detto?
Un pastore dovrebbe prendere la responsabilità. L’AI… non lo farà mai.
Quando l’AI diventa il consulente spirituale
Qualche mese abbiamo scoperto che una ragazza adolescente nel nostro gruppo chiedeva a ChatGPT notizie relativa al perdono. Aveva una situazione dolorosa in famiglia e voleva capire cosa fare. L’AI gli ha dato una risposta. Articolata e ben strutturata, citando pure qualche versetto della Bibbia. Lei l’ha letta e ha preso una decisione.
Non aveva parlato con nessuno in quel momento. Non con il suo responsabile, non con un amico di fiducia. Solo con il chatbot.
Questo non è un caso isolato, è una tendenza crescente. Le persone, anche credenti, si rivolgono all’AI per domande che una volta avrebbero portato a un pastore, a un anziano, a un gruppo di preghiera. Lo fanno perchè è veloce, privato, non giudicante e ti da sempre ragione.
Il problema non è solo l’errore teologico
Molti pensano che il rischio principale dell’AI in campo spirituale sia che possa dare risposte sbagliate. E certo, questo accade, spesso in modo sottile. I modelli linguistici sono addestrati su dati prevalentemente secolari.
La ricerca del programma di Harvard sull’Human Flourishing ha misurato che i principali modelli AI ottengono in media 48 punti su 100 quando rispondono a domande sulla fede. BOCCIATI.
Ma il problema più profondo non è l’errore teologico isolato. Il problema è che l’AI dà risposte che suonano autorevoli, senza che ci sia nessuna responsabilità pastorale.
Un pastore che ti dice qualcosa di sbagliato può essere corretto, può ravvedersi, può tornare da te e dirti: “Ho sbagliato, perdonami”. È immerso nella stessa comunità in cui vivi tu. Porta le conseguenze delle sue parole. L’AI nulla di tutto questo. Risponde, chiude la finestra, e non sa nemmeno che esisti.
Ogni volta che qualcuno riceve una risposta “abbastanza buona” da un chatbot AI su una questione spirituale, il bisogno percepito di guida pastorale si assottiglia. Non in modo drammatico, nessuno si sveglia la mattina pensando “da oggi non ho più bisogno della chiesa”. Accade lentamente, un piccolo passo alla volta.
Le derive teologiche sottili
C’è un altro rischio che mi preoccupa. Non è solo che l’AI dia risposte sbagliate. È che influenzi le domande delle persone prima ancora che arrivino in chiesa.
Gli psicologi stanno segnalando un fenomeno nuovo: i pazienti che arrivano agli appuntamenti con mappe mentali già costruite sui propri disturbi, generate dai chatbot. Quelle idee diventano resistenti alla correzione professionale. La persona è già convinta, già orientata e il terapeuta deve lavorare non solo sul problema, ma sulle forti convinzioni sviluppate grazie all’AI.
La stessa cosa sta accadendo, o accadrà presto, nella cura pastorale. Le persone potrebbero arrivare ai gruppi in casi, alla scuola biblica, alle sessioni di counseling, persino ai momenti di preghiera con posizioni teologiche già preconfezionate da un chatbot. Ben strutturate. Difficili da mettere in discussione. Non perché siano fondate sulla Parola, ma perché sono state articolate da uno strumento infinitamente più fluente e potente di noi nel costruire argomenti convincenti.
Il problema non è solo teologico in senso dottrinale, cioè che si diffondano eresie clamorose. Il problema è più sottile: una formazione spirituale che avviene al di fuori della comunità, al di fuori della Scrittura letta insieme, al di fuori della responsabilità reciproca. Un discepolo senza chiesa, fenomeno sempre più presente con o senza AI.
Un algoritmo, per quanto potente, non può fare ciò che solo la comunità del corpo di Cristo può fare (di questo abbiamo parlato già in modo abbondante).
Chi sono i tuoi pastori?
Voglio tornare alla domanda iniziale. Il pastore non è insostituibile perché possiede informazioni che l’AI non riesce a trovare. L’AI trova informazioni benissimo, meglio di qualsiasi pastore, probabilmente, in termini di velocità e quantità. Il pastore è insostituibile per ragioni completamente diverse.
Il pastore conosce il tuo nome. Ha pregato per te anche quando non glielo hai chiesto. Era presente il giorno del funerale di tuo padre. Sa cosa hai passato e sa come leggere i tuoi atteggiamenti.
L’autorità pastorale non si fonda sull’informazione. Si fonda sulla conoscenza, quella conoscenza che nasce solo dalla presenza condivisa, dal tempo speso insieme, dalla comunità vera.
Una riflessione per chi legge nella comunità
Se sei un membro di una chiesa, quando sei in difficoltà, qual è il tuo primo riflesso? Aprire il telefono e cercare una risposta online o chiamare qualcuno che ti conosce veramente?
Non sto dicendo che fare ricerche sia necessariamente sbagliato. Sto dicendo che c’è una differenza enorme tra informarsi e essere guidati. Puoi informarti da solo. Puoi leggere, ascoltare podcast, chiedere all’AI. Ma essere guidati, essere conosciuti, accompagnati, corretti con amore e aiutati a crescere richiede qualcuno che sia presente con te nel tempo e nel corso della vita.
L’AI può darti una risposta sul perdono in trenta secondi. Ma non può sedersi accanto a te mentre piangi e non riesci a perdonare. Una persona, ripiena dello Spirito Santo, che è vicina.
Questo non lo può fare nessuna tecnologia, per quanto avanzata. Lo può fare solo una persona: imperfetta, limitata, a volte stanca ma presente.
Una riflessione per chi serve
Se sei un pastore o un leader, la domanda è diversa: stai creando spazio perché le persone vengano da te? Non parlo di frasi come: ”la mia porta è sempre aperta”. Parlo di una cultura comunitaria in cui chiedere aiuto non venga percepito come debolezza, in cui la vulnerabilità sia normale, in cui il pastore sia davvero conosciuto come qualcuno a cui ci si può rivolgere con tranquillità.
Se non costruiamo questa cultura, il vuoto verrà riempito (sta già accadendo) da uno schermo.
Gesù in Giovanni 10:11 si definisca il buon pastore che conosce le sue pecore per nome.
Questo è il modello. E noi, pastori umani, fallibili, limitati siamo chiamati a rifletterlo nella misura in cui ci è possibile. Non con la perfezione, ma con la presenza. Non con tutte le risposte, ma con la fedeltà.
La chiesa sono le persone non le informazioni. Ognuno ha bisogno dell’altro. Bisogna stare insieme.
Dio ci benedica,
Antonio Morra