Nel 2024 l’Oxford Dictionary ha eletto “brain rot” parola dell’anno.
Letteralmente: marciume cerebrale. La definizione ufficiale è “il deterioramento presunto della capacità mentale o intellettuale di una persona come conseguenza del consumo eccessivo di materiale online considerato banale o non stimolante”. Non è una metafora. È il termine che una generazione intera ha scelto per descrivere qualcosa che riconosce in se stessa.
Il fatto che quella generazione abbia usato TikTok per diffondere il termine “brain rot” è l’ironia più perfetta dell’era digitale.
Ma adesso c’è qualcosa di nuovo. Qualcosa che va oltre lo scroll infinito, oltre la dipendenza dai social, oltre la riduzione degli span di attenzione che già conoscevamo. L’intelligenza artificiale ha aggiunto una dimensione radicalmente nuova a questo problema: non più solo un cervello che si distrae. Un cervello che smette di faticare. Che delega il pensiero. Che impara a non pensare perché qualcosa pensa al posto suo.
Lo studio che nessuno voleva vedere
Nel giugno del 2025, i ricercatori del Media Lab del MIT (Massachusetts Institute of Technology), una delle università più prestigiose al mondo, hanno pubblicato uno studio che ha prodotto risultati allarmanti.
Lo studio ha coinvolto 54 partecipanti tra i 18 e i 39 anni, divisi in tre gruppi. Il primo gruppo ha scritto saggi usando ChatGPT. Il secondo ha scritto usando Google come supporto. Il terzo ha scritto usando solo la propria testa.
Nel frattempo, tutti venivano monitorati con un elettroencefalogramma, uno strumento che misura l’attività elettrica del cervello in 32 diverse aree. I risultati erano inequivocabili.
Il gruppo che aveva usato ChatGPT mostrava la minore attività cerebrale di tutti, in particolare nelle aree legate all’attenzione, al controllo esecutivo e alla memoria semantica. Quelle, per intenderci, che usiamo quando costruiamo un pensiero autonomo. I testi prodotti erano definiti dagli insegnanti chiamati a valutarli “senza anima”, tutti simili, appiattiti sullo stile, privi di idee originali.
Il gruppo che aveva scritto senza nessun aiuto mostrava invece la massima attività cerebrale nelle bande alfa, theta e delta, quelle che indicano creatività, carico mnemonico e processi semantici profondi. Queste persone si dicevano più soddisfatte dei propri testi. Li sentivano propri.
Ma il dato più inquietante è arrivato dopo. I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di riscrivere uno dei saggi già prodotti, questa volta invertendo le condizioni: chi aveva usato ChatGPT doveva ora fare tutto da solo. Il risultato: non ricordavano quasi nulla di ciò che avevano “scritto”. Come se quel testo non fosse mai passato davvero attraverso il loro cervello. Perché non era passato.
La ricercatrice principale, Nataliya Kosmyna, ha scelto di pubblicare i risultati prima della consueta revisione scientifica per urgenza. Teme che nel giro di pochi mesi nascano iniziative istituzionali per introdurre ChatGPT già nella scuola dell’infanzia.
Il cervello è ciò che fa
C’è un principio neurologico che dovrebbe stare alla base di ogni conversazione sull’AI e sulla mente: la neuroplasticità. Il cervello non è una struttura fissa. Si adatta continuamente agli stimoli che riceve. Si rinforza dove viene usato. Si indebolisce dove non viene esercitato.
Per millenni, la mente umana si è sviluppata attraverso la fatica cognitiva: l’atto di cercare, confrontare, valutare, ricordare, sintetizzare, giudicare. Ogni volta che leggi un testo difficile e lo comprendi, ogni volta che costruisci un argomento partendo da zero, ogni volta che cerchi attivamente un’informazione e la elabori, stai allenando percorsi neurali che si rafforzano con l’uso.
L’AI rimuove quella fatica. Non solo la riduce, la elimina. Perché cercare quando puoi chiedere? Perché ragionare quando puoi ricevere una risposta? Perché ricordare quando puoi sempre ritrovare?
Il problema non è la risposta dell’AI. Il problema è che il tuo cervello non ha fatto il percorso. Il percorso è il punto. Non l’arrivo.
Uno studio di Harvard pubblicato nella primavera del 2025 ha mostrato qualcosa di parallelo e ugualmente preoccupante: l’uso dei modelli generativi aumenta la produttività ma riduce la motivazione. Non è un paradosso, è una conseguenza logica. Quando una macchina fa il lavoro, il cervello perde non solo la fatica ma anche il senso di soddisfazione che viene dal lavoro compiuto. Il testo “senza anima” non è solo un problema di qualità. È una fotografia di un processo di apprendimento che non ha avuto luogo.
Il “wisdom gap”: quando la conoscenza accelera e la saggezza rimane indietro
Todd Korpi cita nelle sue riflessioni il concetto elaborato dal Center for Humane Technologies di una distanza crescente tra la velocità con cui produciamo e consumiamo conoscenza e la saggezza con cui riusciamo a gestirla. Lo chiama “wisdom gap”: la lacuna della saggezza.
La distinzione è fondamentale. La conoscenza riguarda l’accumulo di fatti e informazioni. La saggezza riguarda il giudizio, la capacità di valutare, discernere, applicare i fatti in modo appropriato al contesto reale, tenendo conto delle persone, delle relazioni, dei valori, delle conseguenze. L’AI è già oggi molto più brava di qualsiasi essere umano nel primo ambito. Non ha accesso al secondo, perché la saggezza si costruisce attraverso l’esperienza vissuta, l’errore elaborato, la relazione autentica e la formazione etica.
Il rischio nell’era dell’AI non è che diventiamo stupidi nel senso tecnico del termine. È che diventiamo persone piene di informazioni e vuote di saggezza, persone che sanno molte risposte ma non sanno più fare le domande giuste. Persone che hanno accesso istantaneo a tutto il sapere del mondo ma non riescono più a sostare abbastanza a lungo su nessuna idea da capirla davvero.
La Bibbia aveva un nome per questa condizione. Si chiamava stoltezza. Non era mancanza di intelligenza. Era mancanza di ancoraggio. La mente che elabora senza radicarsi, che riceve informazioni senza elaborarle veramente, che sa senza capire.
La scrittura come pensiero: cosa perdiamo quando non scriviamo più?
O’Callaghan cita nelle sue riflessioni una serie di scrittori. Flannery O’Connor: “Non so cosa penso finché non leggo quello che dico”. Joan Didion: “Non so cosa penso finché non lo scrivo”.
Il classicista Eric Havelock sostiene che fu proprio lo sviluppo della scrittura in Grecia a rendere possibile la filosofia. Non perché la scrittura contenesse nuove idee, ma perché l’atto di scrivere facilita la riflessione, il pensiero logico, la produzione di testi che si possono riesaminare, correggere, approfondire. La scrittura non è solo il veicolo del pensiero. È parte del processo del pensiero stesso.
Quando l’AI scrive per te, non ti sta solo risparmiando fatica. Ti sta sottraendo il processo attraverso cui il pensiero si forma. Ti sta dando un prodotto senza venderti il processo. E il processo è la capacità di costruire pensieri tuoi, di articolare ragionamenti, di produrre idee originali. Tutto quello che l’AI ti toglie.
Per il cristiano questo ha implicazioni che vanno molto al di là della scuola o del lavoro. Chi non impara più a scrivere ed elaborare da solo impara a dipendere dalla voce di altri per esprimere ciò che prova, ciò che crede, ciò che ha vissuto. Chi non impara più a costruire un argomento non riesce a “dare ragione della speranza che è in lui”, come chiede Pietro. Chi non impara più a pensare da solo diventa consumatore passivo delle idee degli altri.
Le implicazioni spirituali che nessuno nomina
La preghiera profonda richiede attenzione prolungata. Richiede la capacità di stare in silenzio senza stimoli per abbastanza tempo da incontrare Dio nella quiete.
Lo studio della Bibbia serio richiede la capacità di sostare su un testo difficile, di leggerlo e rileggerlo, di non passare alla risposta facile. O’Callaghan documenta come questa capacità si stia erodendo sistematicamente in tutti coloro che vivono immersi nel consumo digitale accelerato. Le chiese lo vedono già: la difficoltà crescente a tenere l’attenzione durante una predica di trenta minuti, l’incapacità di seguire un ragionamento teologico complesso, la preferenza per il TikTok spirituale invece che uno studio profondo.
Il discernimento richiede giudizio. Richiede la capacità di valutare, confrontare, valutare e decidere. È esattamente quella funzione cognitiva che l’AI sta sostituendo sistematicamente. Se perdiamo la capacità di discernere nella vita ordinaria, la perdiamo anche nella vita spirituale.
L’AI come punto di partenza o come punto di arrivo
Lo studio del MIT contiene un risultato che merita di essere letto con attenzione perché cambia il quadro in modo importante.
Quando i partecipanti che avevano scritto da soli venivano introdotti per la prima volta all’AI nella fase di revisione, la loro attività cerebrale aumentava su tutte le frequenze. L’AI, in questo caso, potenziava la riflessione invece di sostituirla. Il messaggio che emerge è preciso: se usata dopo aver pensato, l’AI può aiutare. Ma se è il punto di partenza, rallenta il pensiero critico. O lo spegne.
La distinzione non è tra usare e non usare l’AI. È tra usare l’AI come strumento che serve un pensiero già avviato, e usare l’AI come sostituto del pensiero che non si è ancora avviato.
Per il cristiano questo si traduce in un principio pratico: prima prega e studia da solo, poi usa l’AI. Prima medita il testo, poi chiedi all’AI di aiutarti a strutturarlo. Prima costruisci il ragionamento, poi chiedi all’AI di affinarlo. L’ordine non è una questione di moralismo. È neurologia applicata alla vita spirituale.
Due pratiche concrete per un cervello che rimane vivo
La prima: Il diario spirituale. Le note a margine della Bibbia scritte a mano. Non per pubblicare. Per pensare. Perché la scrittura, come ci ricordano O’Connor e Didion, non è il resoconto del pensiero, è il processo attraverso cui il pensiero si forma. Il cristiano che smette di scrivere da solo smette lentamente di pensare da solo.
La seconda è la tolleranza del non sapere. Prima di cercare la risposta su Google o chiedere all’AI, sostieni la domanda per qualche minuto. Pensaci prima un po’. Prova a costruire una risposta tua, anche imperfetta, anche incompleta. Poi, se necessario, cerca aiuto. Questo singolo cambiamento di abitudine, applicato sistematicamente, mantiene attive esattamente le reti neurali che il consumo passivo di risposte preconfezionate tende ad atrofizzare.
Che tipi di Cristiani stiamo formando?
Persone che sanno citare versetti perché li hanno cercati su ChatGPT o simili, o persone che hanno meditato la Scrittura abbastanza a lungo da lasciarsi trasformare da essa? Persone che sanno rispondere alle domande teologiche perché possono chiedere all’AI, o persone che hanno lottato con quelle domande abbastanza a lungo da sviluppare un giudizio personale e maturo? Persone che consumano contenuti cristiani in formato digeribile, o persone che hanno sviluppato la capacità di leggere, pensare, valutare e discernere?
Il Salmo 1 descrive l’uomo beato come qualcuno che “medita la legge del Signore giorno e notte”. Quella capacità si costruisce. Si mantiene. Si perde se non viene esercitata.
L’AI è uno strumento. La mente è un dono. Non confonderli.
ARTICOLO 13: Chi sono i tuoi pastori?
Dio ci benedica,
Antonio Morra