Viviamo in una cultura che ci allena fin da piccoli al paragone. Voti, risultati, performance, follower, numeri. Quasi senza accorgercene, questo modo di pensare entra anche nella Chiesa. Non sempre in modo esplicito, ma spesso in modo sottile. Inizia come una sana ammirazione e finisce come un paragone silenzioso. Chi predica meglio. Chi serve di più. Chi ha un ministero più visibile. Chi “funziona”.

Il Vangelo racconta un’altra storia.

La Chiesa non è una gara. Non è una classifica spirituale. Non siamo chiamati a competere, ma a completarci. Questa è una delle verità più semplici e allo stesso tempo più difficili da vivere.

Il ministero non è una corsa contro gli altri, ma una corsa verso Cristo. Quando perdiamo questa direzione, iniziamo a guardarci di lato invece che avanti. E ogni volta che lo sguardo si sposta da Gesù al paragone, qualcosa dentro di noi si spezza: la gioia, la libertà, l’unità.

Il paragone uccide perché ci fa vivere in una continua misurazione. O ci sentiamo superiori, e diventiamo duri. Oppure ci sentiamo inferiori, e diventiamo scoraggiati. In entrambi i casi, perdiamo di vista il cuore del Regno. L’unità, invece, costruisce. Non perché siamo uguali, ma perché siamo diversi e interdipendenti.

L’apostolo Paolo usa l’immagine del corpo per descrivere la Chiesa. Non lo fa per poesia, ma per realtà. Un corpo funziona solo quando ogni parte accetta il proprio ruolo. L’occhio non deve diventare mano. Il piede non deve imitare l’orecchio. Ogni parte è necessaria, e nessuna è di troppo.

Questo significa una cosa molto concreta: ognuno ha un posto. Non un posto “quando sarà pronto”, non un posto “se diventerà come qualcun altro”. Un posto ora. Così com’è. Con i suoi limiti e i suoi doni.

Non tutti facciamo le stesse cose.

Non tutti abbiamo lo stesso ruolo, lo stesso compito, la stessa visibilità. Ma serviamo lo stesso Signore. E questo cambia tutto. Perché il valore non è dato da quanto si vede, ma da Chi serviamo.

Il Regno di Dio non si costruisce contro qualcuno. Non cresce quando uno emerge a scapito di altri. Il Regno si costruisce con qualcuno. Con relazioni riconciliate. Con cuori umili. Con persone che smettono di chiedersi “perché lui sì e io no?” e iniziano a chiedersi “come posso amare meglio?”.

Gesù stesso ci ha mostrato questa via. Non ha mai cercato di brillare sopra gli altri, eppure nessuno ha brillato come Lui. Non ha mai schiacciato, ma ha sollevato. Non ha creato competizione tra i discepoli, ma li ha chiamati amici. E ha detto al Padre: “Che siano uno, affinché il mondo creda”.

L’unità non è un optional spirituale.

È un segno visibile di un Regno invisibile. Quando la Chiesa cammina nell’unità, il mondo vede qualcosa che non può spiegare con la logica della performance. Vede grazia. Vede amore. Vede una famiglia.

Forse oggi più che mai abbiamo bisogno di tornare a questa verità semplice: non siamo rivali. Siamo fratelli e sorelle. Non siamo chiamati a brillare più degli altri, ma a brillare insieme.

E quando questo accade, il Regno di Dio diventa visibile. Anche qui. Anche ora.

Dio ci benedica,
Antonio Morra